Siamo ormai agli sgoccioli della kermesse sudafricana. Rimangono le semifinali e le due finali, e poi sarà vacanza anche per i giocatori delle quattro squadre giunte fino a questo punto. Forse è presto per tirare le fila di una manifestazione così importante, ma parlarne senza conoscere l'identità dei vincitori può essere anche positivo. D'altronde si sa, siamo uomini e quindi facilmente influenzabili. Abbiamo deciso di dedicare due puntate ad approfondimenti tecnici, tattici, ambientali, psicologici e chi più ne ha più ne metta a questo mese di calcio internazionale. Divideremo i vari argomenti in paragrafi, sperando di offrire qualche spunto interessante e di non annoiare. Cominciamo, quindi.
L'ambiente - Il Sudafrica è stato promosso; anzi, il primo Mondiale africano è stato promosso. Impianti meravigliosi, sia quelli ristrutturati che quelli costruiti da zero. Anche la sicurezza ha fin qui funzionato nel migliore dei modi, per non parlare poi degli alloggi e delle strutture messe a disposizione dei partecipanti. Riscontriamo solo due nei: uno è ovviamente rappresentato dalle maledette vuvuzelas, che all'inizio abbiamo odiato ed ora riusciamo a sopportare (essendo questa una cosa fastidiosa ed orribile, in Italia avrà il suo discreto seguito, nda); l'altro è la visione di un congruo numero di seggiolini vuoti durante numerose partite di questo Mondiale. Ok, siamo d'accordo sul fatto che Paraguay - Giappone potrebbe non essere la partita per cui comprare un biglietto, però è pur sempre un ottavo di finale mondiale, e non può presentare tutti quegli spicchi vuoti. Ma questi sono dettagli, l'importante è aver dato visibilità ad un intero continente, che necessita di aiuti e di riflettori puntati. Per un mese si sono rincorse le iniziative solidaristiche e benefiche. Tutto questo contriubirà ad un futuro migliore? Domanda impegnativa, della quale non si conosce la risposta.
Il modulo - Affrontiamo una tematica tattica proprio in apertura. C'è già un vincitore in questo Mondiale, anzi sono due, pure se in questo momento non si trovano in Sudafrica. Stiamo parlando di Josè Mourinho e Louis Van Gaal, i due tecnici che si sono contesi la Champions League e che hanno indirizzato le idee tattiche di quasi tutti i loro colleghi commissari tecnici. Il modulo del Mondiale è il 4-2-3-1, senza alcun dubbio! Delle quattro semifinaliste, la migliore interprete di questo schema è la Germania, ricalcata sulla falsariga del Bayern Monaco del santone olandese. Loew ha potuto giocare con due centrocampisti centrali grazie al lavoro di Van Gaal su Schweinsteiger, che è stato trasformata da ala in centrale con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Poi ci sono le tre mezzepunte (Podolski, Ozil, Mueller) e la prima punta, quel Klose che Van Gaal ha ripudiato ma che dimostra di sapersi ancora accendere ai Mondiali, come ha sempre fatto. Dei singoli giocatori tedeschi, comunque, parleremo a parte. Continuiamo ad analizzare il modulo. Anche l'Olanda gioca così, con Sneijder che si trova come nell'Inter, e Kuyt e Robben ai lati, con Van Persie davanti. La Spagna ha provato questo modulo, ma la scarsa vena di Fernando Torres, per ora, sta indirizzando Del Bosque verso altri lidi. Da ultimo, anche l'Uruguay propone una sorta di trio dietro la prima punta: Forlan, Fernandez e Cavani a supporto di Suarez. Se non è un plebiscito questo, valga quanto andiamo ad aggiungere. Fra le eliminate, infatti, le più illustri hanno tentato questo schema: in primis il Brasile, che poneva almeno Kakà e Robinho dietro il Fabuloso, pur non presentando un terzo incursore di spicco. Ci ha provato l'Inghilterra, facendo salire di qualche metro Lampard e Gerrard, e ci ha provato in pieno Lippi con l'Italia. Risultato: scarso. Contro il Paraguay l'Italia ha proposto il trio Marchisio-Iaquinta-Pepe dietro a Gilardino. Insomma, anche chi non aveva gli uomini giusti per farlo, ha provato il 4-2-3-1, nuova frontiera del calcio internazionale e, soprattutto, europeo. L'ha provato anche Maradona, direte voi: certo, però forse con Cambiasso insieme a Mascherano le cose sarebbero andate meglio.
I flop - Ultimo spunto di questa prima puntata, le delusioni. Quanti sono stati i crolli di Sudafrica 2010! Eppure vanno analizzati con ordine. Il primo punto che proponiamo è la disfatta totale del calcio africano, proprio nell'anno in cui il Continente Nero se la giocava in casa ed avrebbe avuto modo di farsi vedere. Sono tante le stelle africane che giocano in top club europei, ma evidentemente le Nazionali sono ancora arretrate. Clamoroso il fatto che solo una su sei è passata agli ottavi (e poi ai quarti). Non è un caso che si tratti del Ghana, già brillante a Germania 2006 (ottavi di finale), squadra che porta avanti un suo personale progetto di crescita, non legato al movimento continentale che, invece, balbetta. Fuori subito i bafana bafana padroni di casa, in un girone che, visto il crollo della Francia, non si presentava impossibile. Saluti anche all'Algeria, di certo non la favorita, ma comunque onesta nel pareggio con gli inglesi. Addio Nigeria, orrenda protagonista di un Mondiale pessimo: 0 punti nel girone con Argentina (e va bene), Grecia e Corea del Sud (!!!). Sullo stesso piano il Cameroun di Eto'o, che non fa nemmeno un punto contro Olanda, Danimarca e Giappone. Da ultimo, delude tantissimo la Costa d'Avorio, che nel girone cede il passo al Portogallo, e non sfrutta una squadra molto ben assortita (Dorgba, i due Tourè, Yaya e Kolo, nonchè Ebouè e Kalou, tutti nomi conosciuti nella nostra Champions League) e guidata da un allenatore capace (Sven Goran Eriksson). Insomma, una Caporetto africana abbastanza indecifrabile. Il gap è ancora lontano dall'essere colmato.
Altro giro, altra corsa. Se si parla di flop, non si può non citare l'Italia, Campione del Mondo uscente. Squadra vecchia, si è detto, convocazioni sbagliate e gruppo ormai logoro. Noi ci siamo già espressi in passato sull'argomento, ed avevamo detto che quelle di Lippi erano le uniche convocazioni possibili. Restiamo dell'idea che Cassano avrebbe fatto più male che bene a questo gruppo, ma parzialmente ammettiamo di esserci sbagliati. Nell'Italia è mancata la scintilla, proprio perchè nessuno (salvo Pirlo, purtroppo infortunato in praticamente tutte e tre le partite) era in grado di accenderla. Ed allora un Balotelli o un Totti avrebbero fatto al caso di Lippi, ma forse avrebbero solo prolungato l'agonia. La verità? Quattro anni fa l'Italia vinse il Mondiale sulla scia dell'acme di moltissimi giocatori che poi hanno iniziato la parabola discendente e sull'onda di fenomeni del tutto estemporanei come Fabio Grosso. Tutto questo non era riproponibile in Sudafrica, ed infatti pochi, o addirittura nessuno, pensavano a bissare. Però uscire in quel girone è davvero ridicolo ed imbarazzante. Auguri al nuovo corso.
Restiamo in Europa e salutiamo il flop francese. Domenech chiude la sua ingloriosa avventura come peggio non avrebbe potuto, sfasciando quel che restava di una squadra di campioni. Molto male la gestione dello spogliatoio, visto anche il litigio con Anelka e l'ammutinamento silenzioso di alcuni giocatori rappresentativi (vedi Ribery, orrendo nelle tre partite giocate). L'equazione è fin troppo semplice: la Francia, visto il modo in cui si è qualificata, non doveva nemmeno essere in Sudafrica. E l'ha dimostrato.
Doveva fare di più, invece, l'Inghilterra di sir Fabio, che ha denotato limiti sconosciuti. Una cosa però è condivisibile: i giocatori della Nazionale giocano tutti nella Premier, che è il campionato più lungo e sfiancante di tutti. Normale, quindi, che Rooney e compagni non avessero lucidità. Anormale però che l'Inghilterra non abbia innanzitutto un portiere (fra Green e Calamity James non si sa chi è peggio), che questa squadra non sia andata oltre un pareggio con l'Algeria o che Rooney non abbia segnato nemmeno un goal. Lasciamo perdere la rocambolesca eliminazione con la Germania, i segnali sono stati quelli di una squadra stanca, di una difesa inguardabile e disattenta, di un centrocampo troppo votato all'attacco e di un reparto offensivo davvero spuntato.
Ultima delusione: le sudamericane. Nel senso di Brasile ed Argentina. Dovevano vincere il Mondiale, chi scrive aveva già davanti agli occhi proprio questo derby in finale. Eppure...beh, eppure così non è andata, i limiti di Dunga e Maradona, purtroppo, sono venuti fuori, e le stelle non hanno aiutato i mister. Kakà è sembrato suo fratello Digao (ci si conceda l'iperbole), mentre Messi ha impressionato per la facilità nel dribbling, ma a conti fatti non è andato oltre 2 pali e 0 goal in tutto il Mondiale, affondando con tutta la barca contro la Germania. Un cammino trionfale per entrambe fino ai quarti, poi lo stop. In Brasile se la prendono giustamente con Melo, ma dovrebbero guardare anche a Dunga, che ha puntato molto di più sulla fase difensiva che su quella offensiva, e che ha preferito portare Julio Baptista piuttosto che Pato o Ronaldihno. Maradona ha fatto delle scelte anche non condivisibili (Zanetti e Cambiasso a casa, per esempio) ma le ha sempre difese contro tutto e tutti e non ha mai fatto retromarcia, proponendo moduli offensivi ed anche scriteriati. Per gran parte del tempo ha avuto ragione lui, ma per 90 minuti no. E questo fa tutta la differenza del Mondo.
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